Lutto nel tennis trentino: si è spento Gianluigi Sassudelli
mercoledì 24 aprile 2019

Quintetto d'assi per una formazione del Ct Trento di Coppa Facchinetti degli anni Cinquanta; da destra un giovane Gianluigi Sassudelli, accanto all'indimenticato campione roveretano Mario Comperini, il conte Sizzo de Noris, Sergio Taddei e Claudio Pegoretti.

E’ stato uno dei grandi pionieri del tennis regionale. Gianluigi Sassudelli, per tutti semplicemente Ghighi, se ne è andato in punta di piedi a 93 anni, la maggior parte dei quali trascorsi su un rettangolo in terra rossa. Giocatore autodidatta, ma aggraziato e completo, dirigente accorto e lungimirante, giudice arbitro rigoroso, Presidente del Comitato Regionale, Sassudelli ha attraversato la storia cittadina di questo sport interpretandone tutti i ruoli da protagonista e lo ha fatto con una competenza rara, doti umane non comuni, una straordinaria passione. Immagini in bianco e nero che raccontano storie di una bellezza sfuggente. Gianluigi era il secondo di tre fratelli, il primo Francesco, detto “Noti”, uno dei fondatori del Circolo di Mezzolombardo, è stato il giocatore più forte e completo della famiglia, avversario temibile per i colpi energici, la grande prestanza fisica, il terzo, Paolo, il più giovane, che invece si muoveva sul campo con l’aria indolente e assente di chi sia capitato lì quasi per caso, ha incarnato lo spirito di un tennis quasi ieratico e mollemente elegante che doveva trovare la sua cornice ideale e la sua sublime consacrazione sul rettangolo di Nave S. Rocco, per anni ritrovo scanzonato e spensierato, mai irriverente, di tanti appassionati della racchetta. Lì, dopo una sfida, anche intensa e accalorata, si finiva sempre con un’amabile e conviviale chiacchierata all’ombra di un’ampia magnolia, mangiando una fetta di salame e bevendo un buon bicchiere delle fornite cantine di casa. Quello alla Nave è stato uno dei primi campi mai costruiti in Trentino, un fazzoletto in terra rossa ritagliato tra gli alberi da frutto nel cuore della campagna rotaliana, già nel lontano 1938. Della realizzazione si era incaricato in prima persona il padre Francesco, sollecitato dalla moglie Augusta che era una tennista convinta. “Papà non giocava, ma era convinto che se ci fossimo dedicati al tennis ci saremmo tenuti lontano dai guai”, ricorderà più avanti Gianluigi. Durante gli ultimi anni del Liceo Classico a Trento si lascia trascinare volentieri insieme al fratello Noti in piazza Venezia da Marcello Taddei, di cui era stato compagno di classe al “Prati”. Siamo alla fine degli anni Quaranta, al timone del circolo c’è l’onorevole Helfer, che ha riportato una nuova ventata di entusiasmo. I Sassudelli non sono degli assidui frequentatori, ma vi capitavano volentieri, c’era una ristretta e giovane compagnia spesso allietata dalla presenza di diverse ragazze. Il tennis era per Ghighi era una manifestazione di eleganza, uno sport da praticare con la finezza e lo stile di chi non vuole ostentare sforzi violenti e reprimere la propria libertà espressiva. Non aveva colpi vincenti ma riusciva a battere giocatori più celebrati di lui, passante preciso e regolare, pallonetti mortiferi, palleggio mai azzardato che però rischiava di imbrigliare piano piano l’avversario. La sua specialità però era il doppio, insieme al fratello formava una coppia formidabile, anche perché i due si completavano a vicenda. Forza e precisione, Noti aveva un servizio potente che seguiva rapidamente a rete, dove diventava difficile da superare, i colpi sopra la spalla erano il suo pane prediletto, e quando qualcuno incautamente gli alzava un lob un po’ corto, era solito guardare dritto negli occhi il suo antagonista prima di colpire con violenza la palla, talvolta precedendo il gesto da un segno della croce, profetico di terribili sventure per il malcapitato di là della rete. Non erano in molti capaci di tenere testa ai due Sassudelli che si aggiudicheranno anche la prima edizione della Coppa Città di Trento, datata 1952, battendo in finale due mostri sacri del tennis provinciale, il conte Sizzo e l’ingegnere Moizio, primo presidente del Circolo nel 1938, anno ufficiale di costituzione, quando ancora i pochi tennisti della città frequentavano il campo di Villa Alessandria. Torneo vinto in singolare da un giovane Agostino Spagnolli e dalla delicata Cecilia Berti, trionfatrice solo un anno prima nella prestigiosa Coppa Lambertenghi. Se il doppio è stata la specialità prediletta, il misto ne è stata la forma più amata, Cicci Neubacher la compagna prediletta, un tennis un po’ timido, ma buona tecnica e mobilità. Cicci De Neubacher, il cui vero nome era Emma Pia, era una ragazza silenziosa, taciturna, spesso se ne stava appartata, quasi pudicamente distante. Non aveva legato molto con gli altri frequentatori del Circolo, questione di carattere, fisico sottile, non era bella ma aveva un suo fascino, un viso dai colori nordici, chiaro e sfuggente. In campo era una giocatrice tenace e determinata, difficile da superare. Seguita come un’ombra dalla madre, rimasta vedova in giovane età e proprietaria della gioielleria Menestrina in via S. Pietro, sempre vestita di nero e accompagnata dal suo barboncino. “Con me si trovava bene perché non mi arrabbiavo mai e la sostenevo incitandola spesso, “forza Cicci, dai Cicci”. E lei mi sorrideva dolcemente.”. Era proprio nel misto che si alzava impetuosa la rivalità tra i due fratelli, i frequenti battibecchi durante i tornei, in particolare quelli sociali allora molto in voga, coinvolgevano anche il pubblico che accorreva numeroso sulle tribune del Circolo, e l’arbitro di turno aveva il suo bel daffare per contenere l’animosità dei contendenti. Una bicchierata era sufficiente poi per ritemprare gli animi e far tornare la quiete. Gli impegni del suo lavoro di ingegnere, non lo hanno mai tenuto lontano dai campi, Ghighi diventerà presto uno dei dirigenti di spicco del circolo, soprattutto a partire dagli anni Sessanta quando si legherà a Giorgio Torta, con il quale condividerà anche l’impegno in Federazione. Sempre disponibile, sempre pronto, sarà lui ad accompagnare le squadre giovanili che muovevano i primi passi fuori dai confini regionali nella Coppa Bossi, autentico campionato nazionale juniores. Ci sono ragazzi di talento come Agostino Spagnolli o Sergio Taddei, il piccolo e irriducibile Franco Merz, detto topo, l’elegante e fragile Claudio Pegoretti, ma anche lottatori tenaci come Sergio Pretto, Alberto Franzinelli, Paolo Apollonio. La squadra trentina si fa valere e sfiora per due anni di fila l’accesso alla finale a quattro. Non ci sono pulmini o comodi mezzi di trasporto, le trasferte sono spesso autentiche avventure, le più fortunate in treno. “Per andare a giocare a Trieste eravamo partiti alle cinque del mattino - annoterà divertito Sergio Taddei - Un viaggio senza fine sulla Fiat che guidava Gianluigi Sassudelli. Arrivammo giusto in tempo e appena scesi dalla macchina ci ritrovammo già in campo. Nonostante fossimo un po’ storditi, riuscimmo a vincere lo stesso.” Negli sessanta e settanta dirigerà icon mano sicura, spesso insieme a Torta, tante edizioni del Città di Trento, giudice arbitro del torneo più importante che allora si giocava in provincia. All’inizio degli anni Settanta viene eletto alla presidenza del comitato regionale della Fit. E’ a lui che si deve l’istituzione della prima commissione di propaganda incaricata di rafforzare con le sue iniziative l’attività giovanile. E da una sua idea nascerà un mini circuito invernale di quattro tornei riservati agli juniores che si svolgeva nei mesi di gennaio e febbraio sotto i palloni di Trento, Rovereto, Arco e Riva. Rimarrà alla guida del Comitato Regionale anche quando a partire dal 1978 si costituiranno due Comitati provinciali separati, quello trentino presieduto da Marcello Taddei, con Giampaolo Ferrari vice e i consiglieri Nedo Marchetti e Vittorio Bombardelli. Rimane comunque una delle voci più ascoltate e rispettate all’interno del massimo organismo provinciale, al fianco di Giorgio Torta che subentrerà al dimissionario Taddei nella primavera del 1983. Poi all’inizio degli anni Novanta tornerà ad occuparsi a tempo pieno della sua campagna, delle cantine e naturalmente del campo di Nave S.Rocco, sempre tirato a lucido per l’inizio della bella stagione. Anfitrione galante e sinuoso, insieme al fratello Paolo, di un tennis che aveva ormai perduto per sempre la sua antica purezza.
Ai familiari e parenti va il pensiero affettuoso e il cordoglio di tutto il tennis trentino. I funerali si svolgeranno mercoledì 24 aprile alle ore 14 presso la Chiesa parrocchiale di Nave San Rocco.

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